Negli ultimi mesi, nelle Rsa del Padovano, è cresciuto il numero di operatori socio‑sanitari arrivati da altri Paesi. È la risposta più immediata alla carenza di personale, ma anche il sintomo di una tensione strutturale: formazione disomogenea, barriere linguistiche, contratti precari, turni che si allungano. Il sistema regge, ma scricchiola. Le direzioni delle strutture parlano di “necessità”, non di scelta. Le agenzie interinali e i corsi di riqualificazione accelerata riempiono il vuoto lasciato da anni di mancata programmazione.
Molti operatori provengono da Romania, Albania, Moldavia, Filippine. Alcuni hanno titoli riconosciuti, altri no. Le Rsa li assumono dopo brevi corsi di adattamento, spesso organizzati internamente. "Non è una questione di provenienza, ma di competenze" spiega un direttore di struttura. "Serve un percorso chiaro di equivalenza dei titoli e di formazione continua, altrimenti si rischia di abbassare la qualità dell'assistenza". Dietro la frase, un dato: la Regione Veneto ha autorizzato decine di nuove assunzioni di personale straniero, ma la verifica dei titoli resta lenta e frammentata.
Le associazioni di categoria chiedono regole più rigide e incentivi per la formazione locale. "Non possiamo costruire un sistema di cura stabile su contratti temporanei e corsi di poche settimane" avverte un rappresentante del settore. La richiesta è chiara: investire su percorsi di formazione lunghi, riconoscere le competenze acquisite all'estero, creare un linguaggio comune tra operatori e ospiti.
Nel frattempo, le Rsa si reggono su un equilibrio fragile: personale misto, turni lunghi, esperienze che si intrecciano. Nei corridoi si parla italiano, rumeno, albanese, filippino. Le differenze diventano routine, ma anche fatica. Chi lavora da anni racconta di un clima di collaborazione, ma anche di incomprensioni quotidiane: "Non è facile spiegare un gesto di cura quando le parole non bastano. Serve tempo, serve fiducia".