In Italia si muove un flusso silenzioso: anziani non autosufficienti che vengono trasferiti da una provincia all'altra per trovare un posto in una RSA. Gli operatori lo chiamano “turismo delle case di riposo”. Non è turismo: è migrazione assistenziale.

Il meccanismo è semplice. Le liste d'attesa crescono, i posti convenzionati non bastano, le strutture pubbliche sono sature. Le famiglie iniziano a cercare altrove: prima nel comune vicino, poi nella provincia accanto, poi oltre il confine regionale. La distanza diventa un dettaglio secondario rispetto all'urgenza di trovare un letto.

Il risultato è un movimento continuo: anziani trasferiti a decine di chilometri da casa, figli che percorrono due ore di macchina per una visita, nuclei familiari che si disgregano per ragioni logistiche. Le RSA si ritrovano con ospiti provenienti da territori diversi, con storie di vita da ricostruire e reti sociali azzerate.

Il fenomeno è alimentato da tre fattori: carenza strutturale di posti, costi elevati delle strutture private, disparità territoriali tra regioni che investono e regioni che arretrano. In alcune aree del Paese, trovare un posto vicino a casa è diventato un evento raro.

Il “turismo delle RSA” è la fotografia di un sistema che non riesce più a garantire prossimità. La cura si sposta, l'anziano si sposta, la famiglia si adegua. È una mobilità che non nasce da scelta, ma da necessità organizzative. E continua.

Leggi anche:Trentino, RSA in trasformazione: parte la sperimentazione per gli anziani con bisogni meno complessi